Tre Paesi da unire in uno solo

È atroce dirlo. Ma di fronte al contagio che rallenta ma non crolla, la domanda cruciale rimane senza risposta. Quanto manca all’alba non lo sappiamo ancora. E purtroppo non lo scopriremo solo vivendo (come cantava il poeta), ma anche morendo. La Penisola è martoriata e frammentata, in ogni senso. Ormai esistono tre Italie diverse. C’è un’Italia rossa, quella dove si riducono appena le terapie intensive ma si muore ancora troppo: Lombardia, Marche, Piemonte. C’è un’Italia rosa, dove si muore meno ma
ci si ammala ancora troppo: Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia.

Poi c’è un’Italia bianca, dove ci si ricovera poco e si muore pochissimo: Umbria, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. È come se la pandemia si prendesse gioco della geografia. Rendendo ancora più beffardo il destino dei sommersi e dei salvati. Ma anche molto più arduo il compito di chi deve decidere quando, come e dove riaprire porte e finestre, cancelli e saracinesche di un Paese che resiste, ma al prezzo di una sofferenza sociale ed economica sempre più acuta.

Impossibile, per ora, ricomporre le tre Italie. Soprattutto se, come nel caso del governo e dei governatori, non hai la soluzione ma fai parte del problema. Fa parte del problema Conte che, scisso tra la comprensibile cautela del Comitato tecnico scientifico e l’irriducibile pressione della Confindustria, alterna sprezzature cesariste e posture pilatesche.

Viste le diverse velocità nella diffusione locale del virus e nel numero delle vittime che miete, la logica suggerirebbe una Fase 2 a macchia di leopardo. Ma è quello che virologi ed epidemiologi sembrano temere, preoccupati da una seconda ondata del contagio che sarebbe più devastante della prima. Anche loro sono discordi, e dunque sono a loro volta parte del problema. Come lo sono i ministri, divisi tra la paura di Speranza e la premura di Patuanelli. Così il premier indugia.

Ma adesso fanno parte del problema anche e soprattutto le Regioni.

Non solo in eterno conflitto con lo Stato Centrale Ora anche in lotta tra di loro. A infiammare questa grottesca guerra dei campanili c’è Fontana, che ci regala l’ennesima supercazzola brematurata.

Ormai quello del presidente della Lombardia, al contrario della strepitosa formula del Conte Mascetti in Amici miei, è un format di sicuro insuccesso. Prima annuncia una cosa, con l’aria di chi la sa lunga. Giovedì scorso, con il record delle vittime nella regione, il governatore annuncia “la via lombarda alla libertà”. Un piano autonomo per anticipare i tempi della riapertura delle attività industriali e commerciali costruito sulle mitiche “quattro D” (distanza, dispositivi di sicurezza, digitalizzazione, diagnostica).

La mossa è insensata e ambivalente. In parte piccola vendetta lombarda contro il governo, visto che dodici ore prima il premier ha ribadito il lockdown almeno fino al 4 maggio. In parte arma di distrazione di massa, visto che due ore prima la Guardia di Finanza ha fatto irruzione al Pio Albergo Trivulzio. Poco importa. Fontana ha fretta, vuole la Fase 2 del Paese, anche a costo di inaugurarla in solitudine, da numero primo del “partito del Nord”.

La sua accelerazione innesca però la reazione uguale e contraria. Non solo del governo, ma anche dei governatori del Sud. Qui si staglia un’altra figura eroica di questa versione da Strapaese della battaglia al Coronavirus.

Vincenzo De Luca, che nel Far West del federalismo tricolore ha buon gioco a fare lo sceriffo, fa a sua volta parte del problema. E dunque sgancia la bomba definitiva: “Se la Lombardia riparte per conto suo, io chiudo i confini della Campania”. Come dire: a brigante, brigante e mezzo.

E così siamo all’epilogo. L’avvertimento di De Luca obbliga Fontana all’ultima capriola. Proprio lui, pioniere della ripartenza solitaria, prima fa la vittima (“siamo sotto attacco”, anche se non si capisce da parte di chi) e poi si rimangia tutto: “La riapertura scaglionata per regioni sarebbe un grosso rischio, il contagio riprende se non siamo in grado di rispettare tutti le stesse regole”.
Conta sull’ovvia benedizione di Salvini, che si dichiara “orgoglioso della mia regione, che fa più del governo” (a conferma di un evidente uso politico del Covid da parte della Lega).

E gode della svogliata adesione di Zaia, che commenta “qui non è Nord contro Sud, è Sud contro Nord”. Siamo all’Apocalisse, purtroppo. Ma sembra Indietro tutta.

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