Il viaggio irreale di Milanto verso le Isole della Società

Intervista di Lorenzo Cipriani.

” Scrivo dalla Marina Taina, a Papeete, Tahiti. Siamo ormeggiati in banchina e tocchiamo terra dopo più di un mese passato in mare. Avevamo ricevuto un permesso dalle autorità polinesiane per poter salpare da Hiva Oa, alle isole Marchesi, dove siamo stati dieci giorni in quarantena all’ancora in una baia Sto arrivando!ivando dalle Galapogos. 

Abbiamo ripreso il mare navigando per una settimana attraverso un oceano deserto, senza incontrare nessun’altra barca, nessuna nave, neanche un cargo. Come se il mondo si fosse fermato. In tutta la Polinesia Francese vige l’ordinanza di lockdown: tutti i porti sono chiusi, gli ancoraggi proibiti e nelle isole vengono seguiti i provvedimenti di reclusione per evitare il contagio del virus. Abbiamo attraversato l’arcipelago delle Tuamotus composto da atolli circolari di sabbia bianchissima coronati da alberi di cocco che accolgono lagune interne di acqua turchese ricche di flora e fauna marina: un paradiso deserto, come se improvvisamente queste isole fossero state abbandonate. Avvicinandosi sembravano disabitate, le spiagge solitarie, le case senza segni di vita. Così dovettero apparire a James Cook, il grande esploratore dei mari del sud, durante i suoi tre famosi viaggi, prima di trovare la morte alle Hawaii durante un conflitto con gli indigeni locali. Anche a lui dovettero apparire dal nulla in mezzo all’oceano, navigando verso ovest, sospinto dagli Alisei che in questa parte del Pacifico spirano leggeri e consentono una navigazione gentile e rilassata. Così come è accaduto a noi al pomeriggio, quando il sole comincia a scendere a prua, anche lui deve aver notato delle minuscole creste più scure, basse all’orizzonte, come dei piccoli ciuffi fra il baluginare della luce sopra le onde. E come noi deve aver cercato di capire se si trattasse di un riflesso del mare, prima di avvicinarsi e vedere gli alberi di palma che crescono sopra queste lingue di terra circolari, delimitate da una profonda barriera corallina che le protegge dalle onde dell’oceano.

Non siamo scesi a terra, anche noi seguiamo tutte le raccomandazioni delle autorità locali per evitare la diffusione del contagio. Ovviamente ci è molto dispiaciuto, ma se la vediamo da un altro punto di vista, mi rendo sempre più conto che l’esperienza irreale che stiamo vivendo navigando in questa parte del mondo durante questa pandemia, è unica e irripetibile. Certo vedendo la natura di questi luoghi – gli uccelli marini che talvolta si fermano incuriositi dalla nostra barca e volteggiano intorno come se ci salutassero proseguendo il loro viaggio; i pesci che guizzano fra le onde; ma soprattutto questo oceano pieno di vita che ogni giorno ci regala paesaggi sempre diversi – riesce difficile pensare ad un virus che ha paralizzato il mondo intero, mentre qui la natura è in continuo movimento, così potente e grande da togliere il respiro. Ci sentiamo al sicuro in questo mare, la notte mi diverto a imparare nuove costellazioni o a vedere l’allineamento dei pianeti: Venere la prima stella della sera, poi Giove grande e luminoso; Saturno, il pianeta degli artisti; e Marte piccolo e rosso.

Anche avvicinandosi a Tahiti non abbiamo incontrato imbarcazioni; soltanto quando oramai eravamo sotto costa, in un pomeriggio di sole e cumuli nembi, dove si alternavano rapidi groppi di pioggia e raggianti arcobaleni, abbiamo visto una lancia di un pescatore solitario che controllava le sue nasse.

Tahiti è la più grande fra le Isole della Società, il rilievo maggiore raggiunge un’altitudine superiore ai 2.000 metri. Si comincia a intravedere quindi da diverse miglia di distanza e piano piano si definiscono le colline verdi e le pendici boschive. L’isola è ricca di acqua e la natura è un’esplosione di fiori e piante. Ti accorgi che sei quasi a terra quando sei pervaso da un intenso profumo di fiori portato dal vento.

Arrivando da nord est abbiamo costeggiato la parte settentrionale di Tahiti Nui – la maggiore delle due isole unite da un istmo di terra -raggiungendo Papeete al tramonto ed entrando nel varco della barriera corallina con l’oscurità, solo illuminati da una luna piena che sorgeva dalle colline.

Traversare la barriera di notte è stato emozionante: le onde si frangevano rumorosamente a pochi metri di distanza dalla nostra barca che lentamente s’insinuava nel canale d’accesso delimitato dai consueti fari verdi e rossi. Una volta entrati nella laguna il mare è subito diventato una tavola, tanto che la luna si rifletteva sull’acqua come in un pozzo. Abbiamo dato fondo su 15 metri di acqua, brindando a questa nostra ultima traversata, talmente irreale che ci è sembrata come vivere in un sogno.

La mattina ci svegliamo con l’isola vulcanica di Moorea di fronte a noi, meravigliosa con i suoi picchi che s’innalzano dalle acque dell’oceano. Raggiungiamo la Marina e ci fermiamo alla banchina d’ingresso per le pratiche d’accesso. Adesso siamo a terra e dovremo seguire le ordinanze locali. Possiamo camminare all’interno del porto ed uscire per fare spesa con un auto certificato, inoltre dalle 20 alle 5 di mattina vige il coprifuoco e non possiamo scendere dalla barca.

Non sappiamo quanto dovremo star qui, sicuramente fin quando non verrà riaperta la navigazione fra le isole e ci sarà concesso di salpare per proseguire il nostro viaggio. Ne approfittiamo per svolgere dei lavori su Milanto, ma anche per ritrovarci con altri amici velisti che come noi sono in attesa di prendere decisioni. Ci incontriamo sulle rispettive barche, ci invitiamo a cena e parliamo di mare, di avventure, di vento e di prospettive future, cercando di lasciare da parte i problemi legati alla pandemia che comunque incombono e condizionano i nostri pensieri, le nostre speranze, come per tutti adesso. Ma siamo sicuri che fra poco prenderemo di nuovo il mare e continueremo la nostra avventura, la bellezza che ci circonda ci infonde ogni giorno che passa una nuova speranza.”

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