Perché stiamo andando verso l’obbligo delle mascherine

I nuovi studi sulla trasmissione del virus non solo con le goccioline di saliva ma anche attraverso l’aerosol e le ricerche di altri istituti stanno spingendo l’Oms a rivedere le sue indicazioni.

Da una parte c’è l’evidenza ormai chiara che anche chi non ha sintomi o ha disturbi minimi può comunque trasmettere il virus. Dall’altra studi di laboratorio che dimostrano che il virus non passa solamente con le goccioline di saliva, ma anche attraverso aerosol.

E non si tratta solamente di una mera speculazione di fisica, visto che nell’aerosol la permanenza del Sars2-COv-19 può essere anche di tre ore, seppur in quantità ridotte, come mostra. uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Come se non bastasse gli scienziati del MIT di Boston coordinati da Lydia Bourouiba hanno segnalato su Jama la capacità del ceppo virale responsabile della pandemia che stiamo affrontando di arrivare anche a diversi metri, ovviamente sulla spinta della potente espirazione che accompagna uno starnuto.

Se mescoliamo questi due fattori e aggiungiamo un pizzico di scelte politiche e ragionamenti etico-sociali, ecco pronto il cocktail che sta avvicinando una “giravolta” scientifica e istituzionale inattesa: se ad inizio marzo c’era stato un secco “niet” dell’Organizzazione Mondiale della sanità all’impiego di mascherine protettive nei luoghi pubblici, in particolare nei supermercati, ora pare proprio che l’OMS riconsideri la sua posizione.

Lo ha ribadito alla BBC il direttore responsabile dell’Oms, David Heymann, con una formula che esprime, molto diplomaticamente, la retromarcia: “stiamo studiando le ultime evidenze scientifiche”.

Così, pur ribadendo che la distanza di almeno un metro e l’igiene personale con ripetuti lavaggi delle mani rappresentano le misure principali per ridurre il rischio di contagio, l’OMS potrebbe arrivare a consigliare se non addirittura a rendere obbligatorio l’impiego dei dispositivi sui posti lavoro e negli ambienti pubblici, quando solo un mese fa negava la necessità di approccio di questo tipo.

D’altro canto, le sollecitazioni in questo senso vengono anche da molti Paesi, in primis gli USA, dove la Covid-19 sta letteralmente esplodendo, con il recente raggiungimento del triste record dei casi di morte in un solo giorno e il superamento di quota mille nei decessi nelle 24 ore.

Se fino ad ora i Centri per il Controllo delle Malattie (CDC) di Atlanta hanno sostanzialmente concentrato l’utilità di questi dispositivi tra gli operatori sanitari e chi ha compiti di pubblica utilità oltre che ovviamente in chi presenta sintomi dell’infezione (in questo caso allo scopo di proteggere gli altri) ora si attende una rivisitazione scientifica della tematica da parte di questa struttura, seguendo anche quello che sta già avvenendo sul fronte politico.

Dopo giorni di discussioni, stando ad indiscrezioni apparse su Washington Post, pare proprio che il presidente Trump punti a dare il via libera al consiglio per tutti gli americani di indossare una mascherina chirurgica o comunque una protezione per proteggere naso e bocca in pubblico. Sulla stessa linea anche il “Major” di New York De Blasio, che, senza entrare nello specifico obbligo di indossare le classiche mascherine, segnala a tutti gli abitanti della Grande Mela, epicentro americano della Covid-19, di proteggere bocca e naso almeno con indumenti, sciarpe o simili.

Così, il mondo si prepara a muoversi “bardato” di protezioni per naso e bocca (rimane sicuramente il problema degli occhi in chiave di possibile contagio, visto che il virus può “accedere” all’organismo anche attraverso la congiuntiva oculare).

In quei Paesi, tuttavia, oltre agli aspetti sanitari esiste anche una forte componente alla simbologia stessa dello strumento protettivo. La mascherina è infatti un sorta di simbolo che segnala l’appartenenza alla comunità e la coscienza civica del singolo, oltre a ricordare che la pandemia va presa sul serio e a ridurre lo stigma nei confronti di chi presenta sintomi o comunque ha problemi di salute.

Se il mondo politico e sociale si sta “convertendo” alle mascherine, sul fronte scientifico i dubbi sulla loro effettiva utilità rimangono. Per il virus Sars2-Cov-19, in ogni caso, a spingere sulla necessità di protezione anche in chiave di protezione degli altri da un possibile contagio del tutto involontario sono proprio i dati relativi alla potenziale trasmissione del virus da parte di chi non presenta sintomi (magari solo perché è in fase iniziale dell’infezione ) o ha solo lievi disturbi. Per queste persone, l’impiego di mascherine quando si trovano in un ambiente pubblico è ovviamente obbligatorio.

Ma a questo punto, vista la difficoltà di discriminare queste situazioni, non avrebbe senso proteggerci tutti stile Giappone? Appare su questa linea l’immunologo Roberto Burioni che rispondendo ad un quesito su Twitter ha affermato: «Purtroppo a questo punto ognuno di noi potrebbe essere infettivo pur senza sintomi. Per questo sarebbe opportuno che tutti portassero una mascherina».

Ovviamente, in questo senso, occorre anche che ci sia la disponibilità praticamente infinita di poter disporre delle classiche mascherine chirurgiche. Perché non solo bisogna imparare ad usarle al meglio, facendo in modo che le mani non entrino in contatto con la parte esterna quando le mettiamo e le togliamo e curando che naso e bocca siano ben protetti, anche lateralmente, pur se non perfettamente sigillati, ma occorre anche cambiarle di frequente. Altrimenti il loro effetto protettivo nei confronti degli altri potrebbe scemare rapidamente.

Così, non tanto ora vista anche il carente approvvigionamento di dispositivi ma in futuro, nella cosiddetta fase due e con la fine del lockdown, sarà molto più facile che girando per Roma o Milano ci si possa ritrovare in ambienti che ricordano Pechino o Tokyo, con le persone che girano riparate dietro il verde delle mascherine.

«Se tutti le metteremo – spiega Paolo Bonanni, Direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università di Firenze – ovviamente le possibilità di trasmissione del virus saranno ridotte. Ma non bisogna mai dimenticare che, per la loro stessa struttura, le classiche mascherine chirurgiche nascono per evitare che una persona potenzialmente infettante possa trasmettere il virus, e non per proteggere. In questo senso, grazie alla mascherina, si può evitare che il virus possa finire su oggetti che poi vengono toccati con le mani da altre persone che quindi potrebbero entrare in contatto con il virus, come può avvenire ad esempio con il carrello di un supermercato. Come detto, però, in chiave protettiva per il singolo sano non si tratta di dispositivi particolarmente efficaci. Il loro impiego diffuso va visto sicuramente come dinamica di carattere sociale, perché comunque consente di ridurre, se tutti indossano la mascherina, il possibile contagio da soggetti che non sanno di poter trasmettere il virus».

L’importante, in ogni caso, è che le mascherine per la popolazione generale rispondano a caratteristiche ben precise di porosità del tessuto. Molte delle mascherine di carta non hanno queste caratteristiche e soprattutto possono creare, per certi versi, condizioni che possono addirittura favorire il passaggio di un virus.

Ad esempio quando si mantengono troppo a lungo sulla bocca e sul naso: se non si tratta di protezione di qualità certificata ma di semplici tessuti di carta questi possono imbibirsi ed inumidirsi, arrivando al punto di “facilitare” l’eventuale superamento della barriera da parte di un determinato ceppo virale perché una barriera fisica secca preserva meglio di una umida” – fa sapere Bonanni. «Pensare di metterle per più di tre-quattro ore senza poi sostituirle, quindi, diventa inutile».

In ogni caso, per ridurre il rischio di diventare inconsciamente “vettori” dell’infezione da Sars2-CoV-19, proteggersi all’esterno è importante. E se non abbiamo ancora le mascherine “ufficiali”, sulla scorta di quanto indica Di Blasio ai newyorchesi anche un altro tessuto è meglio di niente.

A farlo pensare è una ricerca, pubblicata nel 2013 su Disaster Medicine and Public Health Preparedness, che ha esaminato la capacità protettiva di protezioni “fai da te” con tessuti di uso comune nei confronti del virus dell’influenza pandemica. Stando ai risultati dello studio, coordinato da Anne Davies, una mascherina chirurgia riesce a filtrare l’89 per cento delle particelle virali, contro il 72 per cento che si può ottenere con uno strofinaccio e il 50 per cento circa che si realizza con la classica T-shirt.

In generale, quindi, per le protezioni fai da te quanto più un tessuto è “spesso” tanto maggiore può essere la sua cap«acità di bloccare i virus in uscita da bocca e naso. «Del tutto diverso è ovviamente il discorso se si parla di mascherine destinate al personale sanitario e agli operatori che ne hanno necessità, come le cosiddette FFp2 e FFFP3 – conclude Bonanni- In questo caso il concetto di protezione è rovesciato: questi dispositivi sono utilissimi per preservare chi li porta, perché proteggono il singolo: ma le valvole in uscita possono non risultare completamente “bloccanti” per le emissioni di aria. Ovviamente, però, in questo caso l’obiettivo è diverso rispetto a quello che si vuole ottenere con le classiche mascherine di carta».

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