Cristiano Varotti e il coronavirus: “Quale direzione?”

“Nell’eventualità in cui si decidesse di aprire il recinto per lasciare uscire una bestia che vi è stata troppo a lungo rinchiusa, è probabile che quella ficcherà all’inizio la testa fuori soppesando con cautela le condizioni esterne. Annusando i pericoli. Azzarderà poi qualche primo passo nel cortile ed inizierà solo allora a sciogliere i muscoli. Dopo poco, è certo, si scatenerà nel mondo come una pazza furiosa.

Noi, con ogni evidenza, non ci comportiamo in maniera molto diversa. In Cina l’isolamento è finito. Per un paio di settimane abbiamo ammiccato alla normalità. Per le nostre vite atrofizzate, anche un caffè al bar si trasformava in un evento di un certo rilievo. Poi, ieri mattina, abbiamo finalmente trovato il recinto aperto. Ci siamo quindi infilati in macchina e abbiamo affrontato la strada con una furia senza precedenti, dalle prime luci dell’alba fino alla sera. Milletrecento chilometri di asfalto che separano Hengyang e Shanghai: la gita domenicale di un megalomane. Undici ore per tagliare il Paese nel mezzo, dalle verdi campagne del centro della Cina fino alla costa del Mar Cinese Orientale, passando attraverso i picchi velati di nebbia delle montagne del Jiangxi. Dopo una notte di sonno, la traversata lascia il sapore di qualcosa di significativo. Una vaga sensazione, più che altro. Di certo il viaggio avrebbe potuto iniziare meglio e la prima vittima sono state le nostre aspettative.

L’idea ingenua di sfrecciare tra panorami epici, crinali e foreste di bambù come negli acquerelli sfumati della pittura tradizionale, viene subito frustrata da una pioggia fitta e cattiva. Per fortuna il maltempo ci accompagna solo per i primi milleduecento chilometri. Appena partiti, sulla rampa dell’autostrada, salutiamo gli occupanti di una macchina che per qualche motivo, con due ruote a terra e due per aria, se ne sta a cavalcioni sul guard rail. Mentre guido non indosso la mascherina, e per un attimo sembra quasi che nel mondo non stia succedendo niente. Dopo pochi minuti comprendiamo una serie di cose. La prima, molto importante, è che le due corsie qui funzionano in modo molto simile al bicameralismo perfetto all’italiana. Entrambe hanno infatti le stesse funzioni. Si sorpassa indistintamente sia a destra che a sinistra.

Naturalmente, ci adeguiamo. Non prima, tuttavia, di aver rilevato con entusiasmo che i camion, da queste parti, sembrano obbligati a sorpassare esclusivamente in salita. Attorno a noi, le campagne coltivate dello Hunan sono punteggiate di contadini che si trascinano nella pioggia. Sulla cima di alcune colline, i tetti ricurvi di padiglioni lucidi si sollevano al di sopra degli alberi gonfi d’acqua e osservano un paese sterminato. Alcuni abitanti del posto attraversano l’autostrada correndo. Salutiamo anche loro. Poi ancora notiamo, quando già ci stiamo avvicinando alla città di Nanchang, una dinamica ricorrente. Una sorta di affinità elettiva si genera tra alcuni veicoli che, per ragioni difficili da interpretare, si affiancano e decidono di procedere appaiati per svariati chilometri bloccando completamente l’autostrada. Gesto non privo di romanticismo e tuttavia non particolarmente apprezzato.

Ci stupisce invero la calma serafica dei colleghi viaggiatori. Nessuno sembra infatti avere alcunché da obiettare. Siamo perplessi. Così come anche l’uso massiccio e schizofrenico delle frecce non aiuta a diminuire il nostro senso di confusione. Talvolta chi segnala di voler andare a destra, poi finisce a sinistra. Altre volte, la freccia non significa nulla, è pura estetica luminosa. Metà delle macchine ha le quattro frecce accese. Noi accettiamo la realtà delle cose e ci limitiamo a osservare il movimento rapido delle nuvole sopra il fiume Ganjiang. Un bambino con il volto coperto da una mascherina ci osserva dal finestrino di un’auto. Forse ci sta facendo la lingua, non lo sapremo mai.


Dopo Nanchang, le corsie diventano quattro e sulla strada si scatena l’inferno. Non riusciamo purtroppo a vedere un sorpasso in retromarcia – ci tenevamo tanto! – ma tutto il resto si dispiega davanti ai nostri occhi pieni di meraviglia. Mentre un SUV ci sorpassa e poi, inchiodando, ci taglia la strada, ovunque attorno a noi gli alberi fioriscono e la campagna si riempie di colori. In lontananza, al di là dei boschi, immaginiamo le risaie terrazzate di Dazhangshan, il vento che spazza i campi ondulati e il profumo del tè verde. Fermo nella corsia di emergenza, un uomo coi pantaloni calati alle caviglie guarda lo stesso orizzonte e, come noi, rivolge la sua attenzione all’infinito. Arriviamo a Shanghai che è ormai notte. Non conosciamo ancora le strade, quindi ne prendiamo un paio in contromano.

Veniamo accolti con calore dalla popolazione locale che ci saluta a colpi di clacson gesticolando dai finestrini in segno di benvenuto. I palazzi geometrici si stagliano sopra di noi, freddi contro un cielo senza stelle, mentre la macchina scorre via veloce tra le luci dei lampioni che si riflettono sull’asfalto bagnato. Arriviamo lungo il fiume Huangpu, con le architetture di epoca coloniale del Bund alle nostre spalle e il futuro davanti. Una visione emerge dalle acque. Le torri di Pudong sembrano navicelle spaziali pronte a portare l’uomo altrove. Noi abbiamo attorno tutto questo, ci stiamo nel mezzo, e lo sentiamo da qualche parte. Un uomo ci passa affianco, si solleva la mascherina e sputa. Allora noi ci guardiamo negli occhi, sembriamo pensare la stessa cosa. E ora che siamo arrivati fin qui, dove andiamo?

Sara

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