L’arte di saper fare una foto con lo smartphone, la docente Beatrice Bruni: “Un’opportunità in più che abbiamo”

Ci credereste mai? Le foto che vedete in questo articolo (anche in gallery) sono state realizzate con uno smartphone. E sono state scattate da Beatrice Bruni. Nata a Firenze, di famiglia metà toscana, metà lombarda, Beatrice Bruni non parla mai di passione per la fotografia. Piuttosto, è l’esigenza della fotografia ad aver trasformato quest’arte nel suo lavoro. Docente a Firenze, ha all’attivo diversi progetti a Pistoia e Lucca.

Beatrice Bruni si occupa principalmente di didattica, con particolare interesse per la mobile photography, nuovo fenomeno di massa, per un uso consapevole ed intelligente del mezzo. Quando parliamo di “mobile photography” ci riferiamo naturalmente alle cosiddette “foto fatte con gli smartphone”. Ed è questo uno degli aspetti, insieme a tanti altri, che abbiamo affrontato in questa intervista che ci ha gentilmente concesso. Beatrice Bruni, inoltre, persegue una ricerca fotografica personale, che si esplica attualmente in progetti a lungo termine. Oltre a svolgere la propria ricerca, collabora con enti pubblici e privati nella curatela e nell’organizzazione di esposizioni ed attività culturali. Ama la letteratura, l’arte, gli animali.

 

Chi è Beatrice Bruni?

Sono una fotografa professionista e docente di fotografia.

 

Dove insegna?

A Firenze collaboro con la storica scuola di Fotografia, Video e New Media, Fondazione Studio Marangoni, dove ho anche studiato conseguendo il diploma triennale. Seguo inoltre vari progetti didattici a Firenze e in altre città. A Pistoia, prima del lockdown, stavo lavorando ad un bellissimo progetto con alcuni ragazzi del Liceo Forteguerri con l’Associazione Teatrale Pistoiese. Collaboro inoltre con alcuni festival di fotografia come il SI FEST di Savignano sul Rubicone, il festival di fotografia più longevo d’Italia, e il Photolux Festival di Lucca: sono contributor del Magazine online Photolux Magazine, un prodotto molto interessante. Vi invito alla lettura delle varie issue. Nell’ultima uscita ci siamo dedicati al rapporto tra fotografia e musica rock.

 

Quando è iniziata la sua passione per la fotografia?

La mia storia è un po’ diversa da quella della maggior parte dei fotografi. Spesso parlano di una passione nata fin da piccoli, con una fotocamera regalata da un qualche parente in un’occasione speciale. Io non pensavo di intraprendere questa professione. Ho fatto precedentemente studi di tipo scientifico, poi un giorno, mentre mi stavo recando ad un corso di fotografia al quale mi ero iscritta a Firenze, ho capito che volevo farlo come professione. Come una specie di folgorazione. Da lì una crescita continua di studi e scoperte meravigliose che non si esauriscono mai.

 

Com’è diventata una passione anche un lavoro?

Questo è uno stereotipo che vorrei fugare. Non è una passione che diventa un lavoro. E’ un lavoro, una professione, un’esigenza, un amore incondizionato. Mi scusi, ma la tendenza a ridurlo a “passione” da parte di chi è fuori dal nostro mondo è un qualcosa che non ho mai apprezzato. Come quando, visto che fai il fotografo, ti chiedono di portare la fotocamera ad un evento tra amici, “tanto tu ti diverti”. Sì, ci divertiamo nel nostro lavoro noi fotografi, ma esso richiede anche molto impegno, risorse, continuo studio, aggiornamento, creatività, fatica, capacità organizzative e non solo. Come per ogni altra professione.

 

Guardando i suoi lavori si ha la sensazione di vedere un diario fatto di immagini. Quant’è potente la comunicazione non verbale?

Innanzitutto non tutti i miei lavori sono diaristici, anche se forse la maggior parte lo sono. Credo comunque che sempre i lavori di un fotografo raccontino chi è quel fotografo, in modo più o meno sottile. Alcuni miei progetti sono intimi, altri sono più aperti, e il loro intento, di solito, è una riflessione sulla fotografia stessa. La comunicazione non verbale ovviamente per me ha un’importanza enorme. La fotografia può essere letta a vari livelli, la fotografia è frammento, è stratificazione, è segno. L’autore propone la sua visione del mondo, il fruitore ne coglie gli aspetti che riesce o vuole cogliere. E’ un dialogo avvincente.

 

Lei lavora moltissimo con le fotografie fatte dagli smartphone. E’ questa la nuova frontiera?

La nota pubblicità di uno smartphone parla di “Un nuovo Rinascimento della fotografia”. Io non amo gli slogan. Preferisco citare un grande sociologo e studioso, Zygmunt Bauman, che definisce la smartphone photography la lingua madre dell’uomo liquido. E’ un mezzo potentissimo, è democratico, facile da usare, lo portiamo sempre con noi, stimola la creatività. Purché se ne faccia un uso consapevole. Questo è quello che cerco di insegnare nelle mie lezioni.

 

Cos’hanno di diverso le foto fatte dagli smartphone, al di là della tecnica di scatto?

Niente. Sono immagini come le altre. Lo smartphone è solo un’opportunità in più che abbiamo, rispetto a venti anni fa, per creare immagini. Se poi ci riferiamo all’aspetto tecnico della qualità del file ottenuto, la tecnologia ormai ha raggiunto importanti risultati. Tuttavia certi tipi di lavori fotografici possono essere eseguiti solo con strumenti più appropriati di un fotofonino. Il mezzo conta, il mezzo non conta, ma il mezzo conta. E’ una filastrocca che mi piace spesso spiegare ai miei studenti.

 

E’ possibile, dunque, realizzare una foto artistica da un semplice smartphone?

Bisognerebbe innanzitutto definire che cosa è una foto artistica. Se intendiamo una foto che può stare su di una rivista, in un museo, ricevere riconoscimenti, essere comprata dai collezionisti, far parte di reportage di guerra, essere considerata autoriale, allora sì. Tutto questo e molto altro oggi è possibile per una foto scattata da un fotofonino. Anzi, direi che ormai dovremmo aver superato questi pregiudizi. Per me sono storia vecchia.

 

Tutti possono scattare una bella foto: qual è il discrimine fra l’artista e il semplice appassionato?

Credo che la differenza stia nel pensiero. Se c’è un pensiero solido e convincente alla base di un progetto, se il progetto è stato realizzato con consapevolezza, onestà, conoscenza e rigore, allora siamo di fronte ad un autore.

 

Quale sarà, secondo lei, il futuro per la fotografia?

Se mi avesse posto questa domanda prima del COVID19 avrei detto che la fotografia ha un futuro meraviglioso, in crescita. In Italia dobbiamo ancora lavorare molto a livello di cultura fotografica e cultura visuale. Ma noi operatori culturali che lavoriamo in questo campo stiamo facendo grandi sforzi per dare alla fotografia la giusta importanza, con il lavoro di tutti i giorni, declinato nei modi più diversi. Al momento il tema caldo sul futuro della fotografia è: come dobbiamo agire noi fotografi al tempo del Coronavirus? Lo dico perchè il tema sta davvero agitando gli animi. Dobbiamo raccontare hic et nunc in prima linea facendo vedere cosa sta accadendo o dobbiamo ponderare questo epocale cambiamento nelle nostre vite e poi tentare di renderlo per immagini in progetti futuri? Personalmente ritengo che non esista scontro tra le due ipotesi. La comunità artistica è molto toccata dal fenomeno che stiamo vivendo e sono sul piatto importanti riflessioni. Ogni autore saprà trovare, se vorrà, la sua strada per affrontare il proprio racconto.

Irene Savasta

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