La lezione all’Europa della piccola Albania: 30 medici inviati in Lombardia per combattere l’emergenza

A novembre una forte scossa di terremoto colpì l’Albania. La macchina dei soccorsi italiana si mobilitò immediatamente inviando sul posto medici, volontari di protezione civile, tecnici e squadre di ricerca e soccorso. Oggi è l’Albania a supportare la nostra risposta all’emergenza Coronavirus con un team di medici e infermieri da impiegare in Lombardia.

Una pattuglia piccola, certo, ma per nulla scontata da parte di un Paese ancora alle prese con mille difficoltà, a partire dalla ricostruzione dopo il terribile terremoto di appena due mesi. Lo sa bene anche il premier albanese, Edi Rama, che ha spiegato in un italiano che farebbe invidia a diversi esponenti della classe dirigente nostrana quanto fosse doveroso quel gesto: “Non siamo privi di memoria, non possiamo non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà. Oggi siamo tutti italiani, e l’Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l’Europa e per il mondo intero”.

Un appello indiretto a quei Paesi europei ricchi, ricchissimi, anche loro certamente alle prese con il virus ma che sta assistendo anche fin troppo inerte al diffondersi della pandemia e che, soprattutto, ancora tergiversa sugli aiuti economici da destinare e che sembra sempre più accartocciata su sè stessa.

C’è da porsi una domanda: se l’Europa continua a fare orecchie da mercante e a stanziare per i Paesi più colpiti dal virus sono quattro spiccioli terrà ancora, politicamente parlando, passata l’emergenza? Perchè a quel punto i capi di governo due o tre riflessioni dovrebbero pur farle. Ha ancora senso parlare di Europa unita se durante la più grande emergenza sanitaria mai vista dal secondo dopoguerra ad oggi, non si riesce neanche a prendere una decisione unitaria, tantomeno a dare sostegno?

Irene

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