L’ultima partita di Max Von Sydow

“Quando l’agnello aperse il settimo sigillo nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora. E vidi i 7 angeli che stavano dinanzi a Dio e furono date loro 7 trombe”.
Inizia così, con questo incipit tratto dall’Apocalisse di Giovanni, uno dei film capolavoro di Ingmar Bergman: il Settimo Sigillo. Il film oltre a far conoscere il regista svedese praticamente in tutto il mondo, ha lanciato anche l’attore Max Von Sydow che, purtroppo, oggi ci ha lasciati, all’età di 90 anni.
Protagonista in un centinaio di film e programmi tv, è stato uno degli attori preferiti da Ingmar Bergman, ma anche interprete di molti successi internazionali come “L’esorcista”, “Hannah e le sue sorelle”, “Fino alla fine del mondo” e “Risvegli”. E’ stato nominato due volte all’Oscar, per “Pelle alla conquista del mondo” nel 1989 e per “Molto forte, incredibilmente vicino” nel 2012.

Dopo aver recitato a lungo in teatro in Svezia tra la fine degli anni 40 e l’inizio dei 50, Von Sydow debutta sul grande schermo nel 1957 con “Il settimo sigillo”, capolavoro di Ingmar Bergman, che da quel momento vede in Von Sydow il suo attore feticcio: con lui gira 14 film, tra cui “Il posto delle fragole”, “La fontana della vergine”, “Come in uno specchio” e “L’adultera”.
La grande popolarità internazionale arriva nel 1973 con il ruolo di padre Merrin ne “L’esorcista”, di William Friedkin. Seguono altri blockbuster come “I tre giorni del condor”, “Flash Gordon”, “Fuga per la vittoria”, “Conan il barbaro” e “Mai dire mai”. Von Sydow ha avuto anche un rapporto particolare con il cinema italiano. Molti registi nostrani lo hanno voluto come protagonista, da Alberto Lattuada in “Cuore di cane” (1976), a Dario Argento in “Non ho sonno” (2001) passando per Francesco Rosi (“Cadaveri eccellenti”), Mauro Bolognini (“Bollito misto”) e Pasquale Squitieri (“Il pentito”).

Anche tra gli anni 90 e i 2000 la carriera di Von Sydow non segna battute d’arresto. A parte pellicole di grande successo commerciale, come “Shutter Island”, “Minority Report”, “Robin Hood” o “Star Wars: Il risveglio della Forza”, lavora anche con registi di culto come Wim Wenders, in “Fino alla fine del mondo” o Lars Von Trier in “Europa” e ottiene la seconda candidatura all’Oscar per “Molto forte, incredibilmente vicino” (dopo quella per “Pelle alla conquista del mondo”.
Ma è sicuramente al Settimo Sigillo che è legata la fama di Max Von Sydow. Certamente, il ruolo del cavaliere Antonius Block è stato per lui iconico.
Se non avete visto questa mirabile pellicola del 1957, fatelo. E’ un capolavoro del cinema che va assolutamente visto, almeno una volta. Il film è ambientato nel medioevo, ai tempi di una pestilenza che falcia gli uomini come grano maturo.

In questo film, Bergman affronta uno dei suoi temi più cari: il rapporto con Dio e la fede. Max Von Sydow nei panni del cavaliere, sfida a scacchi la morte. Dopo aver vissuto una vita insensata, un vuoto senza fine, decide di usare il tempo che gli resta per compiere una buona azione. E la sua buona azione sarà salvare dalla morte una famiglia di saltimbanchi che gli ha saputo regalare un attimo di felicità. In un tiepido pomeriggio di primavera, mangiando fragole selvatiche e bevendo latte appena munto, al delicato suono di una lira, Antonius Block ha cristallizzato per sempre un ricordo felice. Tanto gli basta.
E, durante la sua partita, che è poi “La Partita” per eccellenza, ha modo di verificare, di domandare e di provare a indagare il suo rapporto con la fede. Perfino ad una strega, accusata di aver avuto rapporti con il demonio, chiede di fargli vedere il Diavolo, perché certamente lui saprà di Dio. Eppure, alla fine, l’unica cosa che sembra vedere negli occhi della donna è solo “un disperato terrore”.
Il suo cammino è fatto soltanto di vuoto e di rabbia per il silenzio di Dio. “Non credi che sarebbe meglio morire?”, chiede la morte. “E’ l’ignoto che mi atterrisce”, risponde Antonius Block. “Che cosa ne sarà di coloro i quali non sono capaci e non vogliono avere fede?”.

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