Cristiano Varotti: “In Italia ci si è tuffati nella crisi di pancia. L’impatto sarà doloroso ma ne usciremo grazie a buon senso e spirito di comunità.”

Tempo fa ho pubblicato una bella intervista di Cristiano Varotti, 37 enne nato e cresciuto a Novafeltria (RN), consulente aziendale, vive in Cina dal 2012, precisamente a Changsha, città situata a 350 km a sud di Wuhan epicentro dell’epidemia.

Questa mattina, dopo aver visto un suo toccante post su facebook l’ho contattato e ho avuto modo di scambiare un pò di chiacchere insieme a lui.

Che è una grande persona, l’ho sempre pensato, già dai tempi in cui eravamo ragazzi e ci incontravamo spensierati nella piazza del nostro Paese. Ma ora Cri è un uomo, attento, responsabile, UMANO, coscienzioso ed è doveroso per me condividere sul NOSTRO giornale, non solo per senso civico ma anche dovere d’informazione, il suo pensiero.

“Da ormai un paio di settimane non pubblico più aggiornamenti. Per oltre un mese non ho fatto altro che scrivere e parlare di virus, ed avevo raggiunto la saturazione. In queste ore difficili, dall’Italia, in molti mi hanno scritto chiedendomi che fine avessi fatto e quali fossero gli sviluppi a queste latitudini. Come forse avrete letto, in buona parte della Cina siamo ormai pressoché tornati alla normalità. Usiamo ancora mascherine e ci sottoponiamo volentieri ai controlli all’ingresso dei negozi e dei palazzi di uffici. Per il resto, la vita sta recuperando il suo passo e stiamo accelerando. Mentre qui usciamo composti dall’emergenza, abbastanza precisi e senza aver sollevato troppi schizzi, mi sembra di capire che in Italia ci si è invece tuffati nella crisi di pancia, sbracciando sgraziati e fuori equilibrio. L’impatto con la superficie sarà doloroso. Mi sembra che – in termini di approccio – la difficoltà più grande sia costringersi a rivalutare la propria scala di priorità e modificare temporaneamente le abitudini consolidate. Per noi espatriati, più o meno abituati a muoverci fuori dalla zona di comfort, rivoluzionare il quotidiano è stato un processo tutto sommato indolore. Più complesso farlo quando certi automatismi sono stati metabolizzati e non ci sono precedenti di modifiche radicali. Data questa premessa, voglio fare due considerazioni che mi sembrano rilevanti.

✔️ Isolarsi è un atto volontario che attiene al senso di responsabilità sociale ed ha parecchio a che fare con merce rarissima come empatia e solidarietà. Ci sarebbe anche da considerare la capacità degli individui di comprendere la realtà e prendere decisioni conseguenti, ma non voglio spingermi così a fondo. Tuttavia, l’introduzione di una modifica (per quanto temporanea) nei comportamenti sociali, non può essere lasciata unicamente alle scelte individuali. Deve essere imposta, monitorata e se ne deve garantire l’esecuzione. Esiste quindi una componente interna, legata alla responsabilità dei singoli, ed una esterna, che è organizzativa. Sulla prima non vedo differenze sostanziali tra Italia e Cina. La testa della gente che scappava da Milano e quella di chi lasciava Wuhan nelle ore precedenti al lockdown, funzionano nello stesso modo. Idem per chi ha svuotato i supermercati. La vera differenza sta quindi nell’esecuzione. E qui, in Italia, abbiamo due grandi criticità: il sistema di sviluppo urbano/abitativo e i numeri delle persone impiegabili nelle operazioni di controllo. Nelle città cinesi non esistono quasi abitazioni singole e indipendenti. Tutti gli appartamenti sono organizzati in compound (nel mio, vive forse più gente che a Novafeltria), strutture sorvegliate che garantiscono la possibilità di controllare chi esce, chi entra e perché lo sta facendo. Nei giorni dell’emergenza sono stati quindi prima di tutto i singoli compound ad organizzare e garantire l’esecuzione dei regolamenti. Centinaia di migliaia di guardie private su tutto il territorio cinese hanno misurato la temperatura, vietato l’ingresso a persone non autorizzate, controllato il rispetto delle norme di quarantena. Lo stesso si è verificato negli uffici. In Italia, dove questo sistema organizzativo esterno non esiste, l’esecuzione dovrebbe ricadere unicamente sulle spalle delle forze dell’ordine, e ciò non è numericamente possibile. Questo significa che il fardello imposto dal contenimento dell’emergenza si appoggia quasi esclusivamente sulla componente interna, ossia il senso di responsabilità degli individui. Storicamente, in materia di correttezza dei comportamenti volontari che abbiano ricadute sociali, non siamo particolarmente brillanti (cfr. dichiarazione dei redditi), ma dovremo evidentemente adeguarci allo spirito del tempo.

✔️ La seconda considerazione è politica. In Italia, dove anche i biscotti alla Nutella diventano materia di divisione, la dialettica politica ha mutuato le dinamiche tipiche del tifo da stadio. La situazione attuale richiede risposte rapide ed universali, così come una narrazione solida ed univoca. La pluralità delle interpretazioni non aiuta. E non aiutano neppure le reticenze politiche nei confronti delle azioni amministrative di gestione della crisi. Osservando lo stato delle cose dall’esterno, non si può non notare una irriducibile tendenza ad andare ciascuno per la propria strada, in disordine, sulla base delle rispettive convinzioni. Oggi serve invece che tutte le componenti del sistema remino in una direzione unica, coordinata, determinata dal rispetto delle evidenze scientifiche e con l’obiettivo di arrivare il prima possibile all’obiettivo comune, e quindi al ritorno alla normalità. Sarebbe bello che questa parentesi consentisse di scoprire uno spirito di appartenenza comunitario che sollevi le questioni imprescindibili, come per esempio la tutela ambientale e i diritti fondamentali, dall’esercizio sterile e divisivo della macelleria politica.”

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