Osvaldo Solari: l’ebanista pistoiese che realizza opere con una tecnica unica. FOTO

Quando entri nella bottega di Osvaldo Solari, via Bolognese, la sensazione che si ha non è claustrofobica, ma di grande libertà. E può sembrare paradossale che la libertà stia in una stanza piena di scarti di falegnameria e di gabbie di pappagallini e che appartenga a un uomo di 84 anni la cui gioia di vivere, purezza di pensiero e grandissima umiltà ricorda quella del fanciullino di pascoliana memoria. Perché c’è davvero poesia nell’arte ebanista di Osvaldo Solari, intarsiatore unico perché unica è la sua arte. Osvaldo, l’arte l’ha creata da sé: “Le mie opere le creo solo dal mio pensiero”, ci racconta. Alle tre del mattino, che sia un giorno qualsiasi o capodanno, va in bottega: è quello il momento più creativo della giornata.

Arriviamo in bottega in un piovoso pomeriggio di marzo. Il bigliettino da visita che ci dona è incredibile: “Osvaldo Solari amatore radio d’epoca”. E’ uno scherzo? Ci troviamo nella bottega di un intarsiatore e mi si consegna un bigliettino con scritto: “amatore radio d’epoca?”. Osvaldo non si scompone, sorride, anzi ride quasi di gusto: “Certo, le radio sono le mie grandi passioni, ne ho restaurate a decine”. Continuiamo a non capire. E’ una lunga storia quella di Osvaldo, che lui ci racconta con grande passione e con sincero slancio. Originario di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, è arrivato a Pistoia negli anni ’60.

Osvaldo, ha sempre fatto il falegname nella vita?

“Direi di si. Anzi, il mio primo lavoro in assoluto è stato quello di meccanico. Avevo 13 anni, all’epoca si poteva lavorare anche se si era minorenni. Ma non era per me. E così andai a lavorare in bottega. Subito dopo aver fatto il servizio militare, nel 1960 entrai nella ditta Nobili, in piazza San Lorenzo, e ci restai fino al ’75, quando poi la ditta fallì. Eravamo 100 operai, era una grande azienda. Negli anni ’76-’77 sono andato a lavorare a Calenzano per il gruppo Permaflex, come modellista. Ci rimasi sette anni ma anche quella ditta, purtroppo, è fallita. Il mio ultimo lavoro è stato alle fabbriche di cucine Maltinti, poi andai in pensione nel 1980”.

Com’è nata, allora, l’idea di aprire una bottega propria?

“Quando andai in pensione abbiamo trovato questa casa, che all’epoca era di proprietà di un’anziana signora. Quando morì, io la rilevai e sono qui in via Bolognese dal 1980. All’inizio mi sono dedicato al restauro: c’era davvero tantissimo lavoro e non si riusciva a dormire neanche la notte. Poi, però, le cose sono cambiate. Ma io non lavoro per soldi, lo faccio perché amo veramente realizzare queste opere”.  

Osservando la sua bottega, si rimane estasiati. Ha il classico profumo del legno segato, ma non è questo il punto: le opere al suo interno, incomplete, sono qualcosa di unico. Un inginocchiatoio con una grande croce al centro, un castello che nasconde scomparti, come uno scrigno segreto. Sono opere che non si sono mai viste in giro e, allora, cerchiamo di capirne di più.

Che genere di materiali vengono usati per queste opere?

“Sono materiali pregiati di scarto che provengono dalla grande industria navale. Ci sono noci, ebano, tutti i più importanti. Ma io non lavoro solo con questi materiali. Una volta è venuto a trovarmi un mio amico dell’Elba e mi ha portato un pezzo di legno che ho utilizzato per l’inginocchiatoio. Ma non so cosa sia. Tante volte capita che i miei amici, o semplicemente dei conoscenti, passano dalla mia bottega e mi dicono di avermi portato qualche pezzo di legno”.

La sua attività come potrebbe essere definita tecnicamente? Chiamarla falegname è decisamente riduttivo”

“Direi che sono un ebanista, che è il Doc dei falegnami”.

Come è possibile realizzare queste opere? Quanto tempo ci vuole?

“Ci vuole la pazienza di Giobbe. E in alcuni casi, anche quindici anni. Io lo definisco un mosaico del legno perché lavoro prima sui pezzettini piccoli, scelgo in base al colore e al tipo di venatura. La colorazione delle mie opere è naturale, non c’è verniciatura, dipende dal tipo di legno che viene utilizzato. Inoltre, io non faccio una progettazione dell’opera, ma la assemblo nel tempo, per questo i miei pezzi sono tutti smontabili, per poterli lavorare con comodità”.

Hai mai esposto le tue opere?

“Si, ho fatto una mostra personale in Biblioteca San Giorgio. Avevo davvero paura di far brutta figura, ma invece è stata un successo incredibile. Una volta, venne a trovarmi un signore in bottega. Non si presentò subito e io non gli dissi nulla. Era l’antiquario dello Stato che voleva assolutamente sapere quale tecnica avevo utilizzato per intarsiare i miei mobili ma io gli ho risposto che era la mia tecnica, che non ho mai studiato e che sono un’autodidatta. Mi disse che non aveva mai visto questa tecnica, e sì che di posti ne aveva girati”.

Le hanno mai proposto di insegnare la sua tecnica?

“Un giorno, qualche anno fa, venne in bottega un signore da Palazzo Pitti. Mi chiese dove avevo imparato e gli dissi che ero un autodidatta, che lo faccio dal 1980 per passione. Dopo qualche tempo mi chiamò da Firenze perché volevano che andassi a tenere dei corsi. Ma io ho deciso di non andare. Non me la sento, non penso di essere all’altezza di insegnare”.

Lei è fin troppo modesto. Si rende conto delle opere che realizza?

“Ma io mi considero uno sciamannato! Io non me la sento di aprire una scuola, io concepisco il lavoro così come si faceva in bottega 500 anni fa!”

Non c’è verso di far capire a una persona come Osvaldo quanto sia incredibile ciò che fa. E’ una persona refrattaria ai complimenti, li sente ma è come se non lo toccassero. Poche volte è capitato di ascoltare una persona così umile. A questo punto, ci rimane una curiosità:

Osvaldo, ci spieghi però che cosa c’entrano le radio del bigliettino da visita?

“Certo, le radio sono la mia grande passione!”.

E ci conduce in un’altra stanza, in casa: si aprono così le porte sull’eldorado delle radio d’epoca. Ve ne sono per tutti i gusti, dagli anni ’30 fino a quelle più moderne. Osvaldo, inframmezza il suo lavoro di ebanista con quello di restauratore di radio. In un’altra stanza, i suoi lavori intarsiati completamente finiti: una grandissima parete attrezzata, alcuni porta gioie, un inginocchiatoio, una credenza. Sono tutte opere che Osvaldo tiene per sé e che occasionalmente ha venduto. Ciò che colpisce, al di là del lavoro certosino, è l’attenzione ai dettagli: le opere, infatti, sono decorate sia all’interno che all’esterno. Per il grande mobile attrezzato, Osvaldo ci dice di aver impiegato a realizzarlo, ad occhio e croce, 30 anni. L’attenzione ai dettagli è talmente maniacale, che questi mobili hanno anche un sistema per evitare che gli sportelli e le ante sbattano. E’ arrivato il tempo di congedarci e Osvaldo, allora, attiva un grammofono originale d’epoca. E sulle note di un vecchio disco logorato dal tempo, lo salutiamo e gli auguriamo di vero cuore tutta la fortuna di questo mondo. E lui, sorridente, ricambia.

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